"Recensione stampa"

Ho incontrato Antonio MAIO qualche anno fa, in occasione di una mostra tenutasi a Monterosso Calabro ed ho avuto una ottima impressione, per come si presentava modesto,serio e con tanta voglia di fare. La sua ricerca nel campo artistico ha delle radici molto antiche, essendo discendente di una famiglia di artigiani che lavoravano il ferro battuto con grande maestria. L'arte del nostro artista prende vita nel fantasioso mondo della ricerca con metalli, che non facilmente si plasmano e si riesce di concretizzare quello che si vuole esprimere. Questo signifca che le sue profonde conoscenze, l'esperienza di lavorare metallo, fanno si che le sue opere assumano oltre ad un significato di conoscenza tecnica, anche una strutturazaioni creativa della forma che viene plasmata con facilità, facendo assumere una vivacità in un continuo movimento nello spazio, oltre ad una sintesi della propria coscienza esistenziale a volte tranquilla, a volte travagliata, piena di inquietudine che in questo periodo sta attraversando il mondo artistico e non solo. Come è semplice armoniosa lineare sinuosa la "forma nello spazio" ad un tratto si piega si disintegra per poi liberarsi nell'aria con due linee-traiettorie punte di riferimento ricerca di nuovi orizzonti. Non si desidera fare paragoni con artisti che hanno plasmato il metallo a loro piacimento come U. Mastrianni, Mirko Basardella, Benetton e forse anche Cascella. Maio riesce a lavorare il ferro come un metallo dolce e trasformarlo in formre e dinamismo plastico che si liberano nello spazio, ma saldamente forma con una autentica autonomia della forma stessa che a volte assumono il sapore della terra, forme di rovi e delle siepi del paesaggio di Calabria. Non è facile oggi trovare degli artisti che hanno tanta voglia di lavorare questo tipo di "materiale" di rappresentare le proprie esperienze alle volte con tanta rabbia, come riesce a fare il nostro artista di Monterosso Calabro.

 

Michele Licata

 


 

Chi poteva immaginare che in un piccolo paese MONTEROSSO CALABRO, tra le irte colline cosparse da macchie ora di verde intenso di secolari ulivi, talora di giallo oro delle giovani e brulle betulle, della pre Serra Vibonese, si annidasse un vero autentico talento come Antonio Maio. Un artista particolare, insolito che non appartiene a quella folta schiera di pittori, architetti, scultori, scenografi, attori, che spesso si ritengono geni dell'arte, mentre, in fondo in fondo, sono eclettici e manieristici. Antonio Maio, plasma una materia singolare, difficile come il ferro, attraverso la quale, esprime come tutta la sua forza interiore l'autentica calabresità. La ricerca artistica di Antonio affonda le radici nella sua fanciullezza, quando ancora ragazzino, con tanta passione e pazienza apprendeva, ammirava ed assisteva il padre - uno dei tanti sconosciuti e qualificati artigiani che in un'epoca non molto lontana esprimevano e concretizzavano i sentimenti più profondi di quella autentica calabresità versatile e creativa che la civiltà dei consumi ha quasi annientato - nel suo laboratorio di ferro battuto. Antonio Maio dal padre ha appreso l'artigianalità della lavorazione del ferro, ma la sua ricerca è andata oltre, riscoprendo giorno dopo giorno, altri segreti del più antico metallo, soprattutto dando alla materia quel soffio di vitalità che solo i grandi artisti riescono ad infondergli.Egli annoda, plasma il ferro come se fosse argilla, creando ora forme lineari che suddividono lo spazio in strutture fortemente equilibarte, talora invece le direzioni si interrompono improvvisamente dando luogo a movimenti vorticosi che conferiscono alla materia una grande vivacità dalla quale emerge tutta l'esistenzialità e l'inquietitudine che l'artista percepisce, avverte di fronte all'incertezza e ai drammi che nella post-modernità l'uomo quotidianamente vive. Spazialità, dinamismo, plasticità sono le costanti che evidenziano le opere di Maio, le cui tematiche sono sempre legate alla problematica della società e soprattutto a quella cultura meridionalistica che egli tende continuamente a riscoprire ed a rivitalizzare nei suoi aspetti storici-antropologici più elevati, nell'autenticità dei suoi valori etici ed estetici di cui è portatrice, per fornire alla comunità nazionale ed internazionale la vera immagine del sud, della nostra regione:quella cioè, di una Calabria espressione di una grande tradizione culturale le cui coordinate principali possono essere rincondotte all'amore per il divino, al senso del bello, allo sviluppo della democrazia. Per tutto quello che oggi Antonio Maio, con forte tenacia ed impegno, offre alla Calabria, credo ogni cittadino, di questo lembo di terra dell'estremo sud d'italia debba ringraziarlo ed ammirarlo.

 

Onofrio De Fina

 


 

Da "Il secolo d'Italia" Sabato 18 settembre 1999 Le Opere di Antonio Maio nella rassegna calabrese "Biennale 2000" La ricerca semantica del dinamismo plastico del ferro di Luigi Tallarico La severa e ostinata formazione artigianale - sviluppata nella bottega del padre - ha portato Antonio Maio a definire nel ferro un modulo linguistico lontano dai fatti del reale ma teso a dispiegare nel segno i trasalimenti della vita e le tensioni emotive. Dapprima l'autore ha semplificato il segno in un segmento lineare, appuntito e grezzo, a dimensione geometrica elementare, ma poi la materia ha risentito delle incrinature dello spazio vitale e della coscienza turbata, per cui il modulo linguistico si è avvitato nello spazio a più dimensioni, fino a subire le continue e drammatiche evoluzioni dei simboli e delle idee, in funzione del significante e dei significati. Infatti la primitiva ideazione del segmento verticistico non contemplava la presenza dell'orizzontalità, che come si sa ha una funzione di mediazione e di stasi, obbligando il segno dinamico a rinunciare, non solo alla curva, ma a qualsiasi rapporto con il dato plastico. La fisicità del metallo nudo e pulito, assorbiva nella dinamicità ascensionale, verso il cielo, le nuove coordinate che provenivano da un orizzonte a dimensione umana, per cui il segno è andato avvertendo la necessità di una ricerca semantica, tramutando la tensione in termini di luminosità, insieme plastica e lirica. E' risaputo che l'idea formativa della scultura, anche di quella segnica, ha sempre la vocazione della tridimensionalità plastica e timbrica, comprendente sia la linea che il cerchio, sia la stasi che il moto, ossia quella forma che Boccioni chiamava con l'ossimoro di "dinamismo plastico", in cui la struttura non confligge con lo spazio e la valenza luministica non disperde le prominenze di ordine plastico. E così Antonio Maio, dopo aver attraversato il cielo con la sua ascensionalità acuminata e indefinita, ha ripiegato sulla terra con la curva ellittica, senza perdere nell'orizzontalità il dinamismo verticale, avendo cura di conservare nell'astrazione della forma il senso della realtà mitopoietica. Il risultato ottimale ottenuto nella rassegna "Biennale 2000" di Monterosso Calabro è apparso ancor più convincente, in quanto lo scultore ha stabilito un confronto non secondario con le forme di Simon Benetton, in cui il faber della materia ha raggiunto una mirabile sintesi, in termini espressivi e lirici, attraverso l'organizzazione di portata mentale. E' apparso allora evidente che la tecnica spiegata da Antonio Maio è del pari prestigiosa, e che l'apparente elementarità dei moduli in ferro sono in grado di sprigionare non più una dinamicità in sé chiusa e finita, ma aperta alla concavità e convessità dell'ambiente urbano e naturale. Il suo ultimo approdo nell'ambiente, se conferma il radicamento del segno alla terra, e perciò al punto di vista dell'uomo, non conserva la presenza condizionante della stasi e nemmeno l'arbitrarietà della spinta indeterminata. La soluzione di ordine dialettico indica quindi che gli opposti sono stati ricondotti ad una visione umanistica più coesa, in cui l'approdo alla realtà e l'ineludibile anelito spaziale sono da intendere come nuova natura o forse, meglio, come diversa prospettiva urbana. Infatti le quattro sculture, esposte nella rassegna calabrese, nonostante la dimensione minimale, hanno confermato l'aspirazione di Maio al monumentale, e ad occupare lo spazio urbano, riqualificato dall'uomo che l'abita e che lo vive. Se è vero, come è vero, che per Maio la natura è la città, definita non soltanto nuova dimensione spaziale, ma anche punto di massima concentrazione dell'energia e della cultura di una comunità.

 

Luigi Tallarico

 


 

Monterosso: Aperta una mostra permanente di sculture in ferro battuto a Monterosso,alla presenza del sindaco Domenico Ubaldo Galati, dell’assessore alla cultura Soccorso Capomolla, dello scultore, Giuseppe Farina e di un’immensa folla di cittadini.
Le opere sono dello scultore Antonio Maio,autodidatta,che ha accumulato nel suo Dna l’arte di due generazioni,quella del padre e prima ancora del nonno, fabbro ferraio dalla cui “forgia” sono usciti, a partire dagli anni 20 sino al 1959,anno della morte,oltre che umili oggetti per il sostentamento quotidiano della propria famiglia,lavori artigianali che, il tempo, forse,inconsapevolmente, ha trasformato in preziosi tesori di gran pregio artistico,sotto forma di croci,balconi,sopraluce di portoni, nei palazzi patrizi privati e negli antichi portali delle chiese.
Non è una coincidenza se l’esposizione è stata approntata nello stesso vano, ristrutturato, dov’era la vecchia fucina dell’antenato.
Un locale di una ventina di metri quadrati dove sono esposte quindici opere in miniatura,tra cui, Branco di lupi,Porta borse, Pressa, Leva,Ruota “porziana”, Figura di donna in costume locale, Nodo esistenziale, Limite, Ancora,tanto per citarne alcune.
Una mostra, come ha detto lo stesso artista,”che serva da stimolo ai giovani per intraprendere un prezioso lavoro artigianale e agli amministratori per la valorizzazione ed il rilancio di questa interessante attività artistica”.
Un artista, Maio,che riesce ad esternare quello che ha nell’animo con concretezza tecnica e creatività.
L’arte, come si vede, per lui, è fondamentalmente realizzarsi, fine più che mezzo.
Quell’arte,che, come ha detto Michele Licata, in una sua recensione sulle opere dell’artista, prende vita nel fantastico mondo della ricerca con i metalli, “che non facilmente si plasmano e si riesce di concretizzare quello che si vuole esprimere”.
E ancora:”Maio riesce a lavorare il ferro come un metallo dolce e trasformarlo in forme e dinamismo plastico che si liberano nello spazio,ma saldamente forma un’autentica, autonomia della forma stessa che a volte assumono il sapore della terra,forme dei rovi e delle siepi del paesaggio di Calabria.

Il quotidiano del 17.12.02

Sopra, momenti dell'inaugurazione alla presenza del Sindaco Domenico Ubaldo Galati
e di alcuni rappresentanti dell'Amministrazione comunale.


 

L’artista monterossino crea un nuovo spazio espositivo
La mostra permanente di Antonio Maio

di Domenico Broso

dal "Domani" del 4 Febbraio 2003
MONTEROSSO – E’ risaputo che l’arte, quella vera, non nasce necessariamente nelle grandi realtà urbane e non ha limiti espressivi. Tuttavia, a volte, stupisce individuare una forte vena espressiva in un piccolo centro pre montano: è questa la prima impressione che si ha ammirando le opere di Antonio Maio, artista monterossino già noto al panorama culturale (nel vibonese da ricordare una fortunatissima personale al castello Murat a Pizzo e la presenza abituale alla Biennale d’Arte di Monterosso). Maio porta avanti una potenzialità creativa che è patrimonio genetico familiare, un modo peculiare e innovativo di lavorare il metallo, con tutte le sue difficoltà tecniche. Antonio Maio, a differenza del padre Giuseppe, non lavora il ferro battuto ma il ferro al naturale, “nudo”, senza verniciatura, spesso valorizzato con l’accostamento con cristallo e pietra serena (che diventano parte costitutiva dell’opera), evidenziando i difetti e le peculiarità della materia. Maio lavora anche la vetroresina ed è creatore e realizzatore integrale delle sue opere, non avvalendosi del supporto di progettisti o disegnatori (a differenza di molti grandi della scultura contemporanea). Trae ispirazione dall’attualità e dalle tradizioni, rielaborando le immagini e i simboli, creando nuove raffigurazioni plasmando la materia con rinnovata plasticità. L’arte di Maio è soprattutto elaborazione concettuale e visiva: risalta il dinamismo notevole e vivace, peculiare dell’astrattismo evolutivo in cui l’artista si riconosce. Possiede quella cognizione logica e concreta della molteplicità rappresentativa dell’oggetto o dell’idea che nasce dalle tensioni emotive dell’ispirazione quotidiana. La mostra permanente, che ha curato con molta attenzione ai particolari, è una rarità nel panorama artistico e culturale in genere della provincia vibonese. Tra le opere più interessanti sono da ricordare: “Sotto pressione” (la civiltà contadina e la pressa del frantoio), “Rotazione” (trae spunto dalla ruota porziana dei mulini monterossini), “Nodo esistenziale” (la coscienza dell’essere uomo e donna), “Limite”, “Clonazione”, “Graticcio”, “Oppressione”, “Rottamazione”, “Figura” (riprende la tradizione dei costumi monterossini), “Città alata”, “Tête a tête”. Nel parco di Capistrano è possibile ammirare “Forza esistenziale” (rappresentazione della mano di Dio che ferma una frana che si muove verso una città, suggerito dalle tristi condizioni ambientali della regione), mentre nel cortile della Scuola Media di Monterosso è esposta “Condizionamento dell’uomo” (l’uomo al centro del mondo, con tutti i vincoli da cui cerca di astrarsi). Le opere di Maio sono concepite per essere inserite, ovviamente a scala diversa, in aree urbane. L’eminente critico Luigi Tallarico paragona la sua tecnica a quella prestigiosa di Benetton: “...l’approdo alla realtà e l’ineludibile anelito spaziale sono da intendere come nuova natura o forse, meglio, come diversa prospettiva urbana... l’aspirazione di Maio al monumentale e ad occupare lo spazio urbano, riqualificato dall’uomo che lo abita e lo vive”. L’intenzione di Antonio Maio è quella di trasformare il suo piccolo spazio espositivo in una fucina d’arte, mettendolo a disposizione di altri artisti che desiderino esporre le proprie opere. Prossimamente sarà allestita una mostra di pittura con opere del grande Bardeggia e degli artisti meridionali Maesano, Mazzeo e Savelli. L’artista si augura che l’esposizione sia “...stimolo anche per enti e comuni a rendere possibile ad altri artisti o a chi si avvicina all’arte, di potersi porre all’attenzione del pubblico”. Chi volesse ammirare le opere può recarsi nello spazio espositivo al numero 10 di Via Regina Margherita a Monterosso Calabro (VV) o può consultare, più comodamente, il sito affascinante ed intrigante. www.maiosculture.it (e – mail: maioarte@libero.it).

Domenico Broso